
Invenzioni dal vero 2025
Regia: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Jafar Panahi
Fotografia: Amin Jafari
Montaggio: Amir Etminan
Scenografia: Leila Naghdi Pari
Costumi: Leila Naghdi Pari
Produzione: Jafar Panahi, Philippe Martin, Sandrine Dumas, Lilian Eche, Christel Henon, David Thion
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Iran, Francia, 2025
Durata: 105’
Sinossi
Una sera, Rashid (Ebrahim Azizi) è alla guida dell’auto insieme alla moglie e alla figlia, quando, su una strada buia, investe un cane. Questo evento costringe la famiglia a fermarsi e a chiedere aiuto ad un’officina nelle vicinanze. Il meccanico Vahid (Vahid Mobasseri) riconosce nel passo claudicante dell’uomo un particolare che lo persuade di avere davanti l’aguzzino che lo torturò durante un’imprigionamento politico. Convinto della sua intuizione, Vahid rapisce Rashid e coinvolge altri ex detenuti che, come lui, credevano di aver subito degli abusi dallo stesso uomo. Insieme partono verso il deserto, con l’idea di vendicarsi. Ma le certezze vacillano: i ricordi degli ex prigionieri sono frammentati, le identificazioni non sono sempre convincenti, e il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più sottile.
Sirat
Regia: Óliver Laxe
Soggetto: Óliver Laxe, Santiago Fillol
Sceneggiatura: Óliver Laxe, Santiago Fillol
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: Cristóbal Fernández
Scenografia: Laia Ateca
Costumi: Nadia Acimi
Musiche: Kangding Ray
Produzione: 4A4 Productions, El Deseo, Filmes da Ermida, Los Desertores Films, Movistar Plus+, Uri Films
Distribuzione: BTeam Pictures, Pyramide Films
Origine: Francia, Spagna, 2025
Durata: 120’
Sinossi
Luis (Sergi Lópe) si trova improvvisamente a dover affrontare l’incubo della sparizione della figlia maggiore, Mar. La ragazza era scomparsa in occasione di un rave-party nel deserto, durato diversi giorni. Luis decide così di mettersi in viaggio con il figlio adolescente Esteban (Bruno Núñez Arjona) verso le isolate montagne del sud del Marocco, nella speranza di trovare tracce o almeno notizie della figlia. Durante il percorso, padre e figlio si imbattono in un gruppo di raver: musica techno, luci, corpi che danzano sotto un cielo immenso. In questa atmosfera a loro estranea, Luis ed Esteban diffondono le foto di Mar senza perdere le speranze e presto il loro viaggio si trasforma: non è più solo una ricerca fisica, ma diventa un’odissea esistenziale, un confronto con i propri limiti, con la natura incontrollabile del paesaggio e della vita. E mentre avanzano verso “un’ultima festa” segreta, il deserto li mette alla prova. Questo luogo isolato e ostile li spinge infatti a scoprire relazioni inattese con i raver che inizialmente vedevano come estranei, mettendo in discussione ciò che pensavano della loro realtà. Ma la ricerca di Mar nel corso del lungometraggio diventa secondaria e sempre più una “scusa” per narrare il conflitto con il vivere, il conflitto con la norma, il conflitto con ciò che è stato preordinato. Nel mondo musulmano la locuzione aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm sta a indicare il percorso che porta alla salvazione, la retta via che i protagonisti percorrono o tentano di percorrere nel corso di questo lungometraggio.
Il sentiero azzurro
Regia: Gabriel Mascaro
Sceneggiatura: Gabriel Mascaro, Tiberio Azul
Fotografia: Guillermo Garza
Montaggio: Omar Guzman, Sebastian Sepulveda
Scenografia: Dayse Barreto
Costumi: Gabriella Marra
Musiche: Memo Guerra
Produzione: Rachel Daisy Ellis, Giancarlo Nasi, Simone Oliveira, Sandino Saravia Vinay, Marleen Slot
Distribuzione: Officine UBU
Origine: Brasile, 2025
Durata: 86’
Sinossi
In un Brasile prossimo futuro, il governo ha introdotto un programma chiamato “Ultimo percorso”: una misura “umanitaria” che impone alle persone anziane di trasferirsi in colonie speciali, dove trascorrere in tranquillità gli ultimi anni di vita. Dietro la facciata di serenità e benessere, però, si nasconde una politica spietata di esclusione e controllo sociale. Tereza (Denise Weinberg), una donna di 77 anni che ha lavorato tutta la vita in una fabbrica sulle rive del Rio delle Amazzoni, riceve l’avviso di trasferimento. La sua famiglia, rassegnata, cerca di convincerla ad accettare la sorte comune. Ma la protagonista si ribella: non vuole essere “archiviata”. Così, di notte, fugge a bordo di una piccola imbarcazione lungo il fiume. Inizia un viaggio che attraversa paesaggi mozzafiato e misteriosi, dove realtà e sogno si confondono. Lungo il cammino, Tereza incontra altri emarginati, figure solitarie e simboliche, che la aiutano mentre cerca un luogo dove poter essere di nuovo padrona del proprio destino. La sua navigazione diventa una riflessione poetica e struggente sul senso della libertà, sull’età, sulla memoria e sulla dignità umana. Il sentiero azzurro è un racconto di resistenza silenziosa, di coraggio e di riconciliazione con la natura e con sé stessi.
Giovani madri
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Fotografia: Benoît Dervaux
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Scenografia: Igor Gabriel
Costumi: Dorothée Guiraud
Produzione: Les Films du Fleuve, Archipel 35, The Reunion
Distribuzione: BIM Distribuzione, Lucky Red
Origine: Belgio, Francia, 2025
Durata: 104’
Sinossi
Cinque adolescenti, Jessica (Babette Verbeek), Perla (Lucie Laurelle), Julie (Elsa Houben), Ariane (Janaina Halloy) e Naïma (Samia Hilmi), dopo essere diventate madri, si ritrovano a vivere in una casa-famiglia nella regione della Vallonia (Belgio), dove affrontano le sfide della maternità precoce. Il film esplora le avversità e i sogni delle giovani donne, le quali cercano di costruire un futuro migliore per sé e per i propri figli. Ciascuna di loro condivide un passato segnato da fragilità: provenienze familiari complesse, povertà, solitudine. La narrazione non si limita a seguire le loro vite, ma si concentra anche sulle emozioni che provano, dalla paura alla speranza, oltre che evidenziare la determinazione che le spinge a cercare una forma di stabilità, in un mondo che sembra averle dimenticate. L’approccio realistico scelto dai fratelli Dardenne permette di ritrarre la profonda umanità delle protagoniste, focalizzandosi sulla loro quotidianità e suoi legami che si instaurano all’interno del centro assistenza. I due registi hanno tratto ispirazione da una visita a una casa materna nella zona di Liegi (Belgio), dove hanno raccolto testimonianze e spunti per la sceneggiatura. In questo luogo venivano accolte giovani donne in difficoltà, spesso minorenni, che necessitavano di un alloggio protetto, di sostegno educativo e psicologico. Gli autori hanno dichiarato: “abbiamo incontrato giovani madri, ascoltato le loro storie, ma non volevamo rubare le loro vite. Il film è una finzione nata dal reale”. Col fine di restituire la realtà concreta della vita in una casa-famiglia, hanno scelto di registrare in una vera struttura di accoglienza: “abbiamo voluto girare là dove la vita accade davvero. Il luogo stesso racconta qualcosa: porta i segni di tutte quelle che ci sono passate.” L’obiettivo è quello di “rendere visibile ciò che di solito non si vede, la forza e la fragilità di queste giovani donne.”
Monsieur Aznavour
Regia: Mehdi Idir e Grand Corps Malade
Soggetto: Charles Aznavour
Sceneggiatura: Mehdi Idir e Grand Corps Malade
Fotografia: Brecht Goyvaerts
Montaggio: Laure Gardette
Scenografia: Stéphane Rozenbaum
Costumi: Isabelle Mathieu
Musiche: Rostom Khachikian
Produzione: Beside Productions, Kallouche Cinéma, Mandarin Films
Distribuzione: Movies Inspired
Origine: Francia, 2024
Durata: 133’
Sinossi
Monsieur Aznavour è un biopic che ripercorre la vita di Charles Aznavour (Tahar Rahim), una delle più grandi icone della chanson française del Novecento. Il film segue il suo percorso: dagli esordi difficili come figlio di immigrati armeni, all’ascesa grazie la collaborazione con alcune figure chiave della scena musicale, fino al riconoscimento mondiale come una delle voci più iconiche del secolo scorso. Aznavour nasce e cresce a Parigi in una famiglia modesta e coltiva fin da bambino la passione per il teatro e il canto. È in questo contesto che matura la sua vocazione musicale. Fin da bambino mostra una sensibilità artistica fuori dal comune; tuttavia, la sua voce roca e la corporatura esile lo rendono vittima di scherno e pregiudizio nel mondo dello spettacolo. Tramite la sorella Aïda (Camille Moutawakil), conosce il musicista Pierre Roche (Bastien Bouillon), con il quale inizia a esibirsi nei caffè francesi durante la Seconda guerra mondiale. L’incontro con Édith Piaf (Marie-Julie Baup) segna la svolta: inizia così la sua scalata verso il mito e il successo mondiale, segnato da trionfi ma anche da solitudine, amori tormentati e dubbi esistenziali. I registi Mehdi Idir e Grand Corps Malade realizzano un omaggio intenso e struggente alla chanson française, raccontando la complessità della vita di un’artista, dove il successo pubblico spesso nasconde ferite profonde.
Divine Comedy
Regia: Ali Asgari
Sceneggiatura: Alireza Khatami, Bahman Ark, Ali Asgari
Fotografia: Amin Jafari
Montaggio: Ehsan Veseghi
Scenografia: Melika Gholami
Costumi: Melika Rostami, Melika Gholami
Musiche: Hossein Mirzagholi
Produzione: Seven Springs Pictures (Milad Khosravi), Taat Films (Ali Asgari) Kadraj, Zoe Films, Salt for Sugar Films Studio Zentral
Distribuzione Italiana: Teodora Film
Origine: Iran, Italia, Francia, Germania, Turchia, 2025
Durata: 98′
Sinossi
Bahram (Bahram Ark), il protagonista, è un regista iraniano che ha terminato il suo terzo film e vuole distribuirlo nel suo paese d’origine, ma ancora una volta deve fare i conti con le dure leggi sulla censura imposte dal governo: per tutta la sua carriera ha pubblicato film in turco-azero, ma proprio come per i suoi progetti precedenti, il Ministero della cultura impedisce a Bahram di mostrare il suo film in Iran. Decide così di affidarsi a Sadaf (Sadaf Asgari), produttrice ironica, pungente e dotata della Vespa sopra la quale decidono di avviarsi verso una missione clandestina: l’intento è proiettare il film al pubblico iraniano. Non è solo un atto di ribellione, ma una lotta contro un sistema che ha colpito in primo luogo Ali Asgari, regista del film. Il suo lungometraggio Kafka a Teheran, proiettato senza permesso nel 2023 a Cannes, è stato l’inizio di una serie di provvedimenti presi dalle autorità iraniane nei suoi confronti: confisca del passaporto e divieto di lavorare come regista per nuovi film (interdizione poi revocata), condanne che hanno soltanto alimentato la voglia di Asgari di portare nelle sale la sua idea di libertà.
Father Mother Sister Brother
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Frederick Elmes, Yorick Le Saux
Montaggio: Affonso Gonçalves
Scenografia: Mark Friedberg, Marco Bittner Rosser
Costumi: Catherine George
Musiche: Anika, Jim Jarmusch
Produzione: Badjetlag inc. (Joshua Astrachan, Carter Logan, Atilla Salih Yücer), CG Cinéma (Charles Gillibert), Hail Mary Pictures (Richard Bolger)
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Stati Uniti, Francia, Irlanda, 2025
Durata: 110’
Sinossi
A sei anni di distanza dalla sua ultima opera, Jim Jarmusch approda al Lido di Venezia con un cast eclettico e un film a episodi ricco di emozioni, aggiudicandosi il Leone d’oro come miglior film all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il lungometraggio è composto da tre segmenti distinti, incentrati sui rapporti familiari tra genitori e fratelli, ambientati, in ordine, nel Nord-Est degli Stati Uniti, a Dublino e a Parigi. L’interesse del regista per i temi esistenziali viene qua affrontato attraverso uno sguardo minimalista alla Raymond Carver, che non si riduce alla mera descrizione del quotidiano, ma si trasforma in un vero e proprio ritratto poetico delle relazioni intime e delle tensioni nascoste. Fra discussioni banali e dialoghi intrisi di sottile ironia, viene messa in scena un’opera che invita il pubblico a riflettere su dinamiche ordinarie, quali le reticenze di vita familiare o i non-detti che restano tali per abitudine. Ne deriva un’opera di formazione e consapevolezza, che mostra come la famiglia possa essere allo stesso tempo un nido protettivo e un limite da oltrepassare. Con questo lavoro, Jim Jarmusch offre quindi un sarcastico spaccato di vita reale, a tratti grottesco, a tratti malinconico, guidando lo spettatore all’ascolto di crepe silenziose celate sotto la superficie, che racchiudono tutta la dolcezza e la nostalgia dei ricordi più profondi.
La piccola Amélie
Regia: Liane-Cho Han Jin Kuang, Maïlys Vallade
Sceneggiatura: Liane-Cho Han Jin Kuang, Aude Py, Maïlys Vallade, Eddine Noël, Amélie Nothomb
Montaggio: Benjamin Alimi, Hubert Bonnet, Véronique Goupil, Pauline Grondin, Clément Mallet, Rodolphe Ploquin
Scenografia: Eddine Noël
Musiche: Mari Fukuhara
Produzione: Claire La Combe, Edwina Liard, Henri Magalon, Nidia Santiago
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Francia, Belgio, 2025
Durata: 77’
Sinossi
Nel Giappone degli anni Sessanta, una bambina di nome Amélie guarda il mondo con occhi curiosi e uno spirito libero. La sua infanzia è un viaggio tra sogno e realtà, dove ogni piccola esperienza diventa una grande avventura interiore. Con uno sguardo poetico e ironico, La piccola Amélie racconta la crescita di una mente vivace e sensibile, capace di trasformare la quotidianità in una riflessione profonda sulla vita. Ispirato al romanzo autobiografico di Amélie Nothomb, il film è un delicato racconto sull’infanzia, la scoperta e l’immaginazione, realizzato con un’animazione raffinata e uno stile visivo di grande eleganza.
I COLORI DEL TEMPO
Regia: Cédric Klapisch
Sceneggiatura: Cédric Klapisch e Santiago Amigorena
Fotografia: Alexis Kavyrchine
Montaggio: Anne Sophie Bion
Musiche: Aristide Bruant, Charles Borel-Clerc, Yvette Guilbert
Distribuzione: Teodora Film
Origine: Francia, 2025
Durata: 124’
Sinossi
In una casa isolata della Normandia, quattro cugini: Seb (Abraham Wapler), Abdel (Zinedine Soualem), Céline (Julia Piaton) e Guy (Vincent Macaigne) vengono chiamati a esplorare una dimora dimenticata, ma presto capiscono che non è solo una questione d’eredità. Basta aprire una porta perché il tempo si incrini. Quelle stanze custodiscono un archivio vivente di memorie: tra lettere ingiallite e fotografie sbiadite riaffiora la storia di Adèle (Suzanne Lindon), giovane donna della Parigi di fine Ottocento, animata dal desiderio di libertà e dalla passione per l’arte. I quattro ragazzi percorrono le stesse tappe dell’artista in epoche diverse, mossi dall’unico obiettivo di ricostruire la storia della propria famiglia. Le vicende si intrecciano attraverso flashback e salti temporali, resi fluidi da un montaggio che sembra seguire le pennellate degli impressionisti francesi. Cédric Klapisch dirige una commedia francese a tutto tondo: c’è l’umorismo sottile dei personaggi, ma anche un ritratto della società contemporanea, sempre proiettata verso il futuro e raramente pronta a guardare indietro. Il film diventa così una riflessione poetica sul legame tra le generazioni e sul potere dell’arte come strumento di autonomia e di emancipazione. Con questo lavoro, Cédric Klapisch firma un viaggio attraverso le epoche, svelando un’eredità invisibile di sogni, desideri e tracce di vita.
RICARDO E LA PITTURA
Regia: Barbet Schroeder
Soggetto: Ricardo Cavallo, Barbet Schroeder
Sceneggiatura: Barbet Schroeder
Fotografia: Victoria Clay Mendoza
Montaggio: Julie Lena
Musiche: Hans Appelqvist
Produzione: Les Films du Losange, Bande à part Films
Distribuzione: Les Films du Losange
Origine: Svizzera, Francia, 2023
Durata: 106’
Sinossi
Barbet Schroeder traccia un ritratto intimo del pittore Ricardo Cavallo, ritiratosi nella residenza di Saint-Jean-du-Doigt (Bretagna) per allontanarsi da un contesto urbano “soffocante” e dedicare la propria vita alla pittura. Il regista documenta il processo creativo dell’artista, il quale, munito della sua attrezzatura, lavora su grandi tele composte da più pannelli, all’aperto tra le rocce del mare; lo intervista anche tra le mura della sua abitazione, semplice e spartana. Schroeder si mette in scena in quanto amico del pittore da oltre quarant’anni e insieme riflettono sulla contemplazione del mondo e sul legame fra arte e vita. Cavallo racconta la sua passione, i libri d’arte che lo hanno segnato (in particolare la sua ammirazione per Diego Velàzquez) e al contempo traccia una storia della pittura, in un viaggio che va dall’Argentina al Perù, da Parigi alla Bretagna. Nel documentario si coglie come per il pittore l’arte non sia solo creazione personale, ma una possibilità di creare comunità; a testimoniarlo è la scuola che lui stesso ha fondato nel villaggio, per insegnare pittura e disegno ai bambini.










